Santo Stefano, il più crudele dei giorni.

Una lacrima che si cerca di nascondere, è una vera lacrima. Quella lacrima era l’unica speranza, ci diceva che eravamo nati da un’anima e, quindi, forse, anche noi ne avevamo una. Forse esistevamo davvero, potevamo vivere, potevamo morire, perché le lacrime sgorgano e non si cancellano; esse ci parlano e un giorno testimonieranno. E la morte per alcuni di noi venne davvero, in forme misteriose che ancora c’interrogano, perché niente parla più di lei, la Morte, e a nessuno con più ardore si risponde. Ma questo sarebbe accaduto tanti anni più tardi, quando il Natale in famiglia era ormai lontano nel tempo ma vicinissimo nello spazio, conficcato in noi come una lama di ghiaccio, insieme all’inseparabile Santo Stefano, il più crudele dei giorni, quello in cui il Diavolo plana sulle tavole sfatte a spiluccare i resti dei tacchini e a scolare il fondo dei bicchieri. Curiosamente la fredda mattina di Stefano il nostro presepe era meno triste, forse a suo agio nella desolazione. Il muschio sembrava più verde e fresco, scintillava il lago di carta argentata, i volti dei pastori erano rassicuranti e simpatici. Anche i Re Magi avevano abbassato le ali e si guardavano attorno disorientati.

Umberto Silva, Il Foglio, 24 dicembre 2010