Perché la realtà è buona (è Gesù che l’ha creata per noi).

Carissimo,
non so se ringraziarti del tuo augurio natalizio o della struggente nostalgia che mi ha provocato il tuo ricordo montano. Io so solo che l’uno l’ho sentito così vero, che se fossi stato qui, ti avrei abbracciato commosso; e che il secondo invase la mia fantasia di neve, di vette e sole, così che il mio cuore si mise a ripetere il tuo Victor Hugo, come se fossi stato tu. Ma io ero qui…!
Eppure, se siamo bambini, il desiderio e l’immaginazione non sono così vicini alla realtà? Oh, sì, perché la realtà è buona (è Gesù che l’ha creata per noi!), e non può tradire i nostri più struggenti desideri e le nostre più appassionate immaginazioni!… Non so, dunque, da che parte incominciare a ringraziarti, ma sento veramente che fra i doni più grandi e vivi che Gesù mi rinnova ad ogni spuntare di anno nuovo, c’è la tua amicizia.
Vi ringrazio insieme, e insieme vi prego di aiutarmi, perché dopo ogni grande dono non si può non essere più buoni.
Con tanti auguri per il tuo Anno Santo.

Luigi Giussani, Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo, San Paolo 2007

So kiss me, my sweet.

When I grow too old to dream

I will have you to remember
When I grow too old to dream
Your love will live in my heart
So kiss me my sweet, and so let us part
When I grow too old to dream, your love will live in my heart

When I grow, when I grow too old to dream
I will have you to remember
When I grow, when I grow too old to dream
You love will live, will live in my heart
So kiss me, my sweet, and so let us part
When I grow, when I grow too old
Sha-do-ya-do-ya-do-ya to dream You love will live in my heart

So kiss me my sweet and so let us part
When I grow too old to dream, your love will live in my heart

Nat King Cole

http://www.youtube.com/watch?v=5X9Ry_W3tD8&feature=related

Santo Stefano, il più crudele dei giorni.

Una lacrima che si cerca di nascondere, è una vera lacrima. Quella lacrima era l’unica speranza, ci diceva che eravamo nati da un’anima e, quindi, forse, anche noi ne avevamo una. Forse esistevamo davvero, potevamo vivere, potevamo morire, perché le lacrime sgorgano e non si cancellano; esse ci parlano e un giorno testimonieranno. E la morte per alcuni di noi venne davvero, in forme misteriose che ancora c’interrogano, perché niente parla più di lei, la Morte, e a nessuno con più ardore si risponde. Ma questo sarebbe accaduto tanti anni più tardi, quando il Natale in famiglia era ormai lontano nel tempo ma vicinissimo nello spazio, conficcato in noi come una lama di ghiaccio, insieme all’inseparabile Santo Stefano, il più crudele dei giorni, quello in cui il Diavolo plana sulle tavole sfatte a spiluccare i resti dei tacchini e a scolare il fondo dei bicchieri. Curiosamente la fredda mattina di Stefano il nostro presepe era meno triste, forse a suo agio nella desolazione. Il muschio sembrava più verde e fresco, scintillava il lago di carta argentata, i volti dei pastori erano rassicuranti e simpatici. Anche i Re Magi avevano abbassato le ali e si guardavano attorno disorientati.

Umberto Silva, Il Foglio, 24 dicembre 2010

La gioia più grande della vita dell’uomo è quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore.

Il S. Natale mi costringe con piacere ad uscire dall’indolenza,
e negli auguri metto tutta la mia forza di
amicizia. lo sono sicuro che anche a te il Liceo lasci
quella profonda illusione di fascino, che è sorgente di
un mondo di idee, di «scoperta», di sentimenti: io ti
auguro che Gesù si incarni in queste tue esperienze,
con quella inesorabilità definitiva, con cui si incarnò
nel seno di Maria Vergine.
Perché la gioia più grande della vita dell’uomo è
quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle
carni del proprio pensiero e del proprio cuore. Il resto
è veloce illusione o sterco.

Luigi Giussani, Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo, San Paolo, 2007

Ciò che affascina e risveglia un interesse deve durare.

(..) come scrive Benedetto XVI: «L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito» (Luce del mondo, p. 95). Ma l’uomo può decadere, il mondo può cercare di scalzare questo desiderio dell’infinito minimizzandolo; può perfino prenderlo in giro offrendo qualcosa che attira per qualche tempo, ma che non dura, e alla fine lascia solo più insoddisfatti e più scettici. Ora, la prova della verità di ciò che affascina e risveglia un interesse è che deve durare. Ma anche le cose più belle – lo vediamo quando si ama una persona o quando si intraprende un nuovo lavoro – vengono meno. Il problema della vita, allora, è se esiste qualcosa che dura.
Il cristianesimo ha la pretesa – perché la sua origine non è umana, anche se si può vedere nei volti degli uomini che lo hanno incontrato – di portare l’unica risposta in grado di durare nel tempo e nell’eternità. Però un cristianesimo ridotto non è in grado di fare questo. Sappiamo per esperienza che esiste un modo astratto di parlare della fede che non suscita la minima curiosità. Se il cristianesimo non viene rispettato nella sua natura, così come è comparso nella storia, non può mettere radici nel cuore. Il cristianesimo è sempre messo alla prova di fronte al desiderio del cuore, e non se ne può liberare: è Cristo stesso che si è sottoposto a questa prova.

Julián Carrón, L’Osservatore Romano, 23 dicembre 2010

Mi corazón espera otro milagro de la primavera.

A un olmo seco

Al olmo viejo, hendido por el rayo
y en su mitad podrido,
con las lluvias de abril y el sol de mayo,
algunas hojas verde le han salido.
¡El olmo centenario en la colina
que lame el Duero! Un musgo amarillento
le mancha la corteza blanquecina
al tronco carcomido y polvoriento.
No será, cual los alamos cantores
que guardan el camino y la ribera,
habitado de pardos ruiseñores.
Ejército de hormigas en hilera
va trepando por él, y en sus entrañas
unden sus telas grises las arañas.
Antes que te derribe, olmo del Duero,
con su hacha el leñador, y el carpintero
te convierta en melena de campana,
lanza de carro o yugo de carreta;
antes que, rojo en el hogar, mañana
ardas, de alguna misera caseta
al borde de un camino;
antes que te descuaje un torbellino
y tronche el soplo de las sierras blancas;
antes que el río hacia la mar te empuje,
por valles y barrancas,
olmo, quiero anotar en mi cartera
la gracia de tu rama verdecida.
Mi corazón espera
también hacia la luz y hacia la vida,
otro milagro de la primavera.

Antonio Machado

La cultura è un’esperienza.

La cultura non è qualcosa che “si fa”, non è innanzitutto un prodotto. La cultura è un’esperienza, è un gusto per le cose, una passione per la bellezza. Si genera dall’esperienza delle persone che desiderano, guardano, giudicano, si cimentano con le difficoltà e i problemi, costruiscono, investendo la realtà della loro passione ideale. La cultura c’è se si genera dall’esperienza della gente, dalla curiosità.
La cultura non si fabbrica con i progetti né con i “tavoli”, che al massimo potranno servire a dare visibilità a ciò che già esiste, rendendolo utile e fruibile per tutti. Come ha scritto don Giussani: “La nostra problematica culturale non si risolve aggiungendo all’esperienza qualcosa che sembra mancarle, ma imparando ciò che l’esperienza già è”.

Intervento di Emilia Guarnieri, Presidente Meeting Rimini

Quell’allegra tristezza che c’hai (fra due giorni è Natale).

Natale

C’è la luna sui tetti e c’e’ la notte per strada le ragazze ritornano in tram ci scommetto che nevica tra due giorni è Natale ci scommetto dal freddo che fa. E da dietro la porta sento uno che sale ma si ferma due piani più giù E’ un peccato davvero ma io già  lo sapevo che comunque non potevi esser tu
E tu scrivimi scrivimi se ti viene la voglia e raccontami quello che fai Se cammini nel mattino se ti addormenti di sera e se dormi che dormi e che sogni che fai

E tu scrivimi scrivimi per il bene che conti per i conti che non tornano mai se ti scappa un sorriso e ti si ferma sul viso quell’allegra tristezza che c’hai

Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano come un treno dentro una galleria tra due giorni è natale e non va bene e non va male
Buonanotte torna presto e così sia
E tu scrivimi scrivimi se ti viene la voglia e raccontami quello che fai
Se cammini nel mattino se ti addormenti di sera e se dormi che dormi e che sogni che fai.

Francesco De Gregori

Per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare: occorre semplicemente cedere.

Tu dici (..)  che desideri superare questa paura e resistenza non con lo sforzo artificioso e moralistico. Che cosa vuol dire questo? Che noi prima riduciamo quello che siamo, e allora l’unica cosa che ci resta è lo sforzo doveristico. Ma è evidente che uno resiste, che ha paura di questo! La questione è che tu e io siamo molto di più di quello a cui noi ci riduciamo; e se uno capisce che il problema non è quello a cui noi ci riduciamo, ma questo desiderio sconfinato che ci troviamo addosso, questa sproporzione, la questione diventa come sia possibile vivere senza il riconoscimento della presenza di Cristo. Se uno capisce che senza di Lui tutto diventa veramente pesante, allora incomincia a intravedere che la vera soluzione a questa nostra tentazione di autonomia è l’abbandonarsi, che l’abbandonarci è quello che più ci conviene: non occorre uno sforzo moralistico, ma lasciarci abbracciare da un Altro. E questo non è un problema di sforzo, ma di libertà, perché per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare (che invece servirebbe per non so che razza di sforzo): occorre semplicemente cedere. La questione vera è capire che questo ci conviene, che questo non soltanto non è un sacrificio, che questo è la verità di me più di quello che io riesco a fare.

Julián Carrón, Appunti di Scuola di Comunità, 15 dicembre 2010