Ragione e sentimento.

Lo stato d’animo ha ben altro scopo per essere dignitoso: ha lo scopo di una condizione messa da Dio, dal Creatore, attraverso la quale si è purificati. Mentre il cuore indica l’unità di sentimento e ragione. Esso implica una concezione di ragione non bloccata, una ragione secondo tutta l’ampiezza della sua possibilità: la ragione non può agire senza quella che si chiama affezione. È il cuore – come ragione e affettività – la condizione dell’attuarsi sano della ragione. La condizione perché la ragione sia ragione è che l’affettività la investa e così muova tutto l’uomo. Ragione e sentimento, ragione e affezione: questo è il cuore dell’uomo» (L. Giussani, L’uomo e il suo destino, Marietti, Genova 1999, pp. 116-117).

Julian Carròn, Assemblea nazionale CdO, Milano 21 novembre 2010

Un desiderio ridotto a sentimento è un desiderio svuotato del suo essere.

In questo senso, qual’è il problema, oggi? In tante occasioni, il desiderio viene ridotto a sentimento.
Ma un desiderio ridotto a sentimento è un desiderio svuotato del suo essere. Che cosa sarebbe un desiderio a cui si è tolta la forza di perseguire ciò che si desidera? Un’ombra di desiderio. Un desiderio così ridotto non ha la forza di sostenere un impegno reale, una responsabilità, come spiega don Giussani: «Noi prendiamo il sentimento invece che il cuore come motore ultimo, come ragione ultima del nostro agire. Cosa vuol dire? La nostra responsabilità è resa vana proprio dal cedere all’uso del sentimento come prevalente sul cuore, riducendo così il concetto di cuore a quello di
sentimento. Invece, il cuore rappresenta e agisce come il fattore fondamentale dell’umana personalità; il sentimento no, perché preso da solo il sentimento agisce come reattività, in fondo è animalesco.

Julian Carròn, Assemblea Nazionale CdO, Milano 21 novembre 2010

E’ grazia il tempo dell’Avvento.

(..) così è grazia il tempo dell’Avvento; come è grazia l’inizio di un nuovo anno. Ma quanto completamente assuma il valore di grazia si rivela nella sua pienezza quando la sofferenza, la croce, soprattutto la morte, toccano la nostra vita. Allora significa che il Signore vuole che la nostra terra dia il suo frutto; se ci ha elargito questo bene, questo bene di croce, vuol dire che urge, che è venuto il tempo in cui la nostra terra dia il suo frutto. Allora dobbiamo erigerci, uscire dal nostro sonno, levarci dalla posizione stanca, dissipata, distratta in cui, per durezza di cuore, noi resistiamo; erigerci come fiore di questo seme che è morto sotto la terra, e, come il fiore è l’inizio dell’esperienza del frutto e pegno di questa promessa profonda(..).

Luigi Giussani, Cosa è l’uomo perché te ne curi?, San Paolo

Un fatto che mi ha investito, non una coerenza.

William Congdon, Campo di orzo

Perché quando diciamo che il cristianesimo è un avvenimento stiamo parlando di questo, di un fatto che ci rende diversi, non necessariamente più coerenti; non che necessariamente il giorno dopo riesco a non sgridare i figli o a essere più gentile con i colleghi, ma, anche se non riesco, questo non mi toglie di dosso la diversità che vedo. Un fatto che mi ha investito: il cristianesimo è questo avvenimento e non una coerenza, non è un moralismo per cui magicamente dopodomani io riesco a fare qualcosa, ma è una diversità che si introduce, come si è introdotta in Zaccheo prima che scendesse dalla pianta. E vedi piccoli segni: meno ansia, meno lamento. Sembrano niente, ma è il segno del cambiamento che accade, non perché io sia più bravo, ma per quello che è successo. E questo è ciò che volevamo dirci del valore del fatto. Malgrado questo, ci possono essere persone, gli amici, che non hanno capito, ma questo non toglie niente; a ciascuno il Signore dà la grazia come vuole e quando vuole, anche secondo la nostra disponibilità. Ma quello che dice tutta la potenza del fatto è questa cosa: che mi investe così potentemente che al di là della constatazione che io sia più bravo o meno, non per questo lo posso far fuori.

Julian Carròn, 17 novembre 2010

Il Mistero lo porta al destino, secondo il disegno di un Altro.

Garry Winogrand

(..) proviamo a immaginarci davanti al sacrificio che è una cosa che ripugna, che sentiamo come ingiusto! «E un padre e una madre, pensando a questo [così ripugnante], direbbero: “Come vorrei io sputar sangue per te!”». E guardate quello che dice (don Giussani): «No, quel che tocca a ognuno tocca, cioè quello che Dio vuole da te, devi farlo tu». Non ci sono storie, perché non decidiamo noi la strada attraverso cui il Mistero porta l’altro al destino. Siamo noi che dobbiamo sottometterci alla modalità con cui il Mistero porta al destino, noi e gli altri: un’obbedienza. Ma noi pensiamo di voler bene cercando di risparmiarla all’altro, come se Dio non gli volesse così bene come noi, che pensiamo di essere coloro che vogliono veramente bene all’altro: siamo così presuntuosi che pensiamo di volere bene perché vogliamo risparmiargli la strada, mentre in realtà il Mistero non gli vuole così bene perché non gliela risparmia. Questa è la conclusione non confessata a noi stessi, ma sottointesa. Questo non vuol dire che non possiamo collaborare anche a quello che viene chiesto; anzi, è impossibile non voler collaborare, non aiutare il prossimo a qualsiasi costo. Ma significa collaborare e aiutare a percorrere la modalità con cui il Mistero lo porta al destino, che è secondo il disegno di un Altro.

Julián Carrón

Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore.

Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore. E poi (..)
sottolinea: «Uno vorrebbe far capire subito, […] vorrebbe che l’altro non facesse le fatiche che deve
fare», come il padre e la madre che guardando il figlio piccolo vorrebbero che facesse la strada
senza fatica. Guardate che non dobbiamo passare sopra queste cose, perché è quello che pensiamo
noi, per noi e per gli altri, lo abbiamo visto queste ultime volte. Perché «vorrebbe che non dovesse
fare tutti i passaggi che hanno fatto loro, gli rincresce che debba farli», ma diventerà loro, dei figli,
soltanto se fanno questo percorso; perché quello che hanno imparato i genitori diventi dei figli,
occorre che questi ultimi facciano le stesse identiche esperienze, perché non è un meccanismo.
«Invece, uno fa quello che può […], magari quello che Dio gli permette, considerando la
disponibilità della sua libertà [e della libertà dell’altro, perché ci possiamo scontrare con l’altro che
dice di no]».

Julian Carròn, Scuola di Comunità del 17 novembre 2010

E’ ciò di cui sei fatto che ti chiama (le circostanze ti destano).

Norman Rockwell, Discovery

(..) insomma tutte le circostanze: non è vero che ti freghino…

Ti destano.

Ti destano. Diceva san Paolo: Omnis creatura bona, ripetendo quello che diceva Dio in principio alla Genesi:”Vide che era una cosa buona”.

Perciò non dobbiamo aver paura di niente. La paura è di un bambino che è provato, che è stato ferito, non del bambino in senso naturale. In senso naturale il bambino corre e corre, o va dentro l’acqua del lago senza distinguerla dalla terra! Perciò il Movimento ha sempre sottolineato questa partenza positiva: in qualsiasi cosa ti imbatti, qualsiasi cosa incontri è un invito.

Si chiama vocazione: ti chiama, è ciò di cui sei fatto che ti chiama, tant’è vero che ti corrisponde. quanto più ti corrisponde, tanto più diventa preferenza.

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

Io voglio vedere la bellezza.


Ad un certo punto le parole non riescono più a trasmettere ogni sensazione e cerchi qualcos’altro. Si comincia coi gesti, le gentilezze e i passaggi in macchina. Curi tutto nel dettaglio per cercare di rendere all’esterno quello che hai dentro. Ma ancora non basta. Ci vorrebbe un contatto, qualcosa da giudicare coi sensi. Poi quando ci arrivi è fantastico, quasi non ti rendi conto di quello che stai facendo. Ma un attimo dopo hai di nuovo sete: hai voglia di un abbraccio, di uno sguardo che non finisce più, di un bacio (..). Diventa un bisogno per l’anima, che ha paura di perdere tutto e allora diventa possessiva. Deve stringere a sé.
Sembra il limite massimo, l’apice di tutto ciò che può generare un rapporto, pensi di aver dato tutto ciò che c’era da offrire: parole, sguardi, presenza, silenzi, dediche, telefonate lunghissime, contatto umano, idee, strazianti dolori, sogni pazzeschi. Ma allora adesso è davvero tutto, no? Cos’altro potrebbe accadere? Oltre quali altre colonne potresti mai spingerti?
La verità è che non finisce mai perché tutto questo non è mai abbastanza.
E anche se fa paura perché non riesci a vedere il fondo, perché non sai mai cosa potrebbe succedere la prossima volta, perché ad un certo punto non ti fidi più neanche di te stesso, non importa: io voglio vedere la bellezza.

M.

Tutto ciò che è evidente ha sopra una colla.

Tutte le evidenze, tutto ciò che è evidente – e perciò porta a galla la stoffa della realtà che è l’Essere, il mistero dell’Essere – ha sopra una colla: se tu gli passi vicino, ti attacchi, e nella misura della forza di questa colla, ti fermi. Per poter andare dalla Francesca, io devo strapparmi da questa colla che mi fermerebbe ai capelli biondi – mi spiego? -, devo strapparmi, per andare avanti! Se non m’accorgessi della Ester, della “simpaticità” della Ester o dei capelli biondi, se non m’accorgessi di questo, non sarei uomo: quanto più uomo sono, tanto più per andar dalla Francesca m’accorgo di questo e tanto più sono tentato di fermarmi, perché la colla mi ferma. Per andare dalla Francesca devo strapparmi da questo e andare là.

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR