Nel mezzo di noi stessi c’è questa ferita.

Il segno che la vita è continuamente ricevuta per essere offerta è anche altrove, per esempio nel nostro ombelico. (..) Ma se davvero ti guardi l’ombelico, che  cosa scopri? Una cicatrice. La tua prima cicatrice, che è la testimonianza ineffabile del tuo rapporto con un altro, della tua relazione con tua madre, che fu per te la prima dimora. E se non l’avessi incontrata non saresti mai nato. Cosicché  il nostro ombelico ci ricorda la nostra dipendenza originale da un altro, ci ricorda che non ci siamo fatti da noi stessi e che nel mezzo di noi stessi c’è questa ferita, questa ferita che è il segno di un dono, questa ferita che ci chiama a donare a nostra volta, a non temere le ferite se sono per dare la vita.

Fabrice Hadjadj, 28 agosto, Meeting di Rimini

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Ciò che ho di più fisicamente intimo, mi sfugge.

Henri Matisse, Portrait of André Derain

Cos’è il cuore? È un muscolo strano. E’un muscolo cavo che accoglie in sé altro oltre alle sue proprie fibre e poi perché a differenza degli altri muscoli, la sua attività non dipende direttamente dalla mia decisione. I 17 muscoli della mia lingua si attivano grazie alla mia volontà di parlare (…)  Ma il mio cuore batte senza che io glielo ordini. Ha cominciato a battere prima ancora che avessi cominciato ad esercitare la mia volontà e batte un tempo che non gli ho dato io. È terrificante: il centro di me stesso non è in mio potere. Ciò che ho di più fisicamente intimo, mi sfugge. Il mio cuore batte il suo tam-tam senza consultarmi.

Fabrice Hadjadj, 28 agosto 2010, Meeting di Rimini

Solo con un buon morto si può fare un buon resuscitato.

La difficoltà non è solo quella di disporsi ad una rinascita, ma anche di riconoscere ciò che presuppone questa rinascita. In effetti qualcuno potrebbe obiettare: perché rinascere? Non sono forse già nato, non sono già me stesso? Perché avrei bisogno di un incontro perché il mio io possa rinascere? E in effetti per desiderare di rinascere bisogna, in primo luogo, riconoscere che si è morti.

Ma solo con un buon morto si può fare un buon risuscitato.

La buona notizia, la buona notizia della misericordia infinita, presuppone la cattiva notizia della nostra miseria infinita.

Fabrice Hadjadj, 28 agosto 2010, Meeting di Rimini

Come fare per resuscitare?

Henri Matisse, Black and Red

Un peso insostenibile incombe su di noi, o meglio un’insostenibile leggerezza incombe su di noi: come fare per resuscitare, come fare perché il nostro incontro sia una rinascita? Può darsi che la domanda sia mal posta, forse non si tratta di fare a partire dal mio progetto, dal mio discorso, un discorso brillante, un discorso che seduce la platea, non ci sarebbe veramente nessun incontro, nessun avvenimento, tutto sarebbe l’effetto di un programma e perderebbe la freschezza zampillante di una nascita. Come fare perché non sia soltanto un fare? Come disporsi all’incontro? Come permettere all’incontro di accadere in modo tale da essere pronti a lasciarsi trasformare da ciò che capita?

Come essere cambiato dall’altro in modo tale che il cambiamento non sia un’alienazione, ma un compimento, una resurrezione?

Fabrice Hadjadj, 28 agosto 2010, Meeting di Rimini