Il bell’amore.

Franz von Stuck, Il bacio della Sfinge.

La prima cosa che ho pensato, leggendo il discorso del patriarca Angelo Scola ai veneziani per la bella festa del Redentore è che il puro sesso è davvero un pessimo investimento. Sempre che esista un sesso in questo supposto stato di “purezza”: il nostro ambiente naturale è il simbolico;
per noi, bizzarri animali, le cose, e perfino gli istinti, cominciano a essere solo dal momento in cui gli diamo un nome.
“Normati” e costretti per la vita, anche da vecchi, a rincorrere quel piacere momentaneo; un sacco di energie spese per allestire fuggevoli rendez-vous. Ma fin dai primi e provvisori bilanci esistenziali, ti rendi conto che è già un successo se di quelle circostanze roventi te ne ricordi un
paio. Un tempo il consumismo sessuale tentava solo l’umanità maschile. Gli si davano altri nomi – collezionismo, dongiovannismo – e forse, tutto sommato, qualcosa di sacro resisteva. Oggi il sesso è dappertutto, nella triste provincia dei ragionieri scambisti e dei sabati al privé. Ma se il sesso è dappertutto, come dice Charles Melman, allievo di Lacan, vuole dire che non è più al centro. E questo è un guaio per la nostra identità. Oggi anche l’umanità femminile si dà al raunch e alla caccia grossa, “liberata” nel corso della cosiddetta rivoluzione sessuale, storico imprinting dell’omologazione tra i sessi. E allora, ti dicono tanti ragazzi, meglio una bella partita di pallone, una sgambata in montagna, casomai una sbronza nel week-end. E tocca a un cardinale ricordarci che cos’è il desiderio, il godimento, il “bell’amore”.

Marina Terragni, Il Foglio, 21 luglio 2010

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