Il nuovo capo, uguale a quello vecchio.

La presa della Bastiglia

Mi toglierò il cappello per salutare la nuova costituzione
farò un inchino per la nuova rivoluzione
sorrido approvando il cambiamento tutto intorno a me
prendo la chitarra e suono
proprio come ieri
poi mi inginocchio e prego
che non ci faremo fregare un’altra volta
no, no

Incontra il nuovo capo,
uguale a quello vecchio.

The Who, We don’t get fooled again

Testo e traduzione in infinititesti.it

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La morte di una colpa si ottiene con l’espiazione.

Robespierre ghigliottinato.

Il ricordo particolareggiato di quella scena abominevole mi è stato così penoso da farmi interrompere questa confessione. Fra la pagina precedente, la cui calligrafia indica abbastanza il mio turbamento, e questa che oggi incomincio, ho lasciato trascorrere una settimana, durante la quale cento volte mi sono ripetuto:”A che pro risuscitare quel passato? Tanto, è passato”. No, non è passato! Lo scrivevo iniziando questo esame di coscienza, ed è vero, purtroppo:”Esso è vivente, e bisogna che muoia”. Se non che, la morte di una colpa nella nostra coscienza non si ottiene con l’oblio, al dire dei mistici, ma con l’espiazione.

Paul Bourget, I nostri atti ci seguono, BUR, Milano

Libero e dunque responsabile.

J.L.David, La morte di Marat

Dopo, spesso, specie da quando mi sono stabilito qui, ho cercato in tutti i modi, e applicando a me stesso i ragionamenti più rigorosi della teoria deterministica, di dimostrare al mio intelletto che non potevo agire diversamente da come agii. C’è una vecchia similitudine che tutti li compendia: la bilancia. Ebbene: il paragone non regge, perché il piatto su cui si mette il peso più grave ha necessariamente la meglio sull’altro; ma noi, non siamo una bilancia. Noi ai motivi più imperiosi possiamo anche opporre una resistenza; e difatti, in quella crisi dove la volontà subiva una pressione così forte, restavo pur libero di cedere o no. Sì, libero, e dunque responsabile, lo sentivo chiaramente, con la massima evidenza ancora quando esitavo, quando decidevo il peggio. Ah! bisogna che io scriva anche questo, assolutamente bisogna: eppure, quanta pena mi costa!

Paul Bourget, I nostri atti ci seguono, BUR, Milano

Per paura di morire mandiamo a morte le relazioni.

Amedeo Modigliani, Jeanne Hebuterne

(Il) consumismo sessuale, quella “smania del tutto e subito” radicata nella paura della morte. Il paradosso è questo: che per sfuggire alla morte ci manteniamo al suo cospetto per tutto il tempo. Che per paura di morire anticipiamo la morte scegliendo la solitudine, e mandiamo a morte le relazioni, o meglio non le facciamo neanche nascere, e non facciamo nascere più nulla.
Ma questo tenersi lontani dalla nascita, categoria cara ad Hannah Arendt (e lontani dalla rinascita cristiana, mediante la Resurrezione, in una vita non più minacciata dalla morte), non può forse essere letto come eccesso di maschilità del mondo? Scola conclude parlando di castità, e riconducendo il termine al suo significato originario, che non è quello di privazione, ma vuole semplicemente dire “tenere pulito, in ordine”, attività che le donne hanno sempre praticato con pazienza meticolosa.
Il senso di questa misura e di questa regola ce lo portiamo misteriosamente dentro, come un’impronta indelebile. Perfino certi sesso-dipendenti, tipo David Kepesh e altri disperati protagonisti dei romanzi dello spiritualissimo Philip Roth, con il loro disordine compulsivo non fanno altro che testimoniare la struggente mancanza del “bell’amore”, agitandosi intorno al vuoto scavato dalla mancanza di Dio.

Marina Terragni, Il Foglio, 21 luglio 2010

Quella radicale apertura che è il soggetto umano.

Amedeo Modigliani, La giovane donna di Montmartre

Il concetto di emancipazione trattiene in sé e ipostatizza l’idea della schiavitù. La donna ha sempre tenuto il posto dell’altro, e gli ha sempre fatto spazio in sé. Ma se anche lei si scorda vendicativamente di questo, se non vuole più essere l’Altra ed elimina l’Altro dalla sua strada, se non è più lì a testimoniare con il suo corpo schiuso quella radicale apertura che è il soggetto umano, inestricabile dal suo oggetto (certa psicoanalisi è giunta a parlare di oggetti-sé), quel dinamismo spirituale che nell’esperienza della maternità diventa carne, chi lo farà al suo posto suo? Viviamo in un affascinante tempo di lotta tra l’epica dell’individuo e il “bell’amore” di cui ci parla Scola, quella relazionalità che ci segna  fin nella nostra fisiologia più minuta, e che neuroscienze e scienza sociale, da Giacomo Rizzolatti a Jeremy Rifkin, classificano come empatia. In questa lotta la questione della differenza sessuale e del rapporto con il nostro primo altro – l’uomo per la donna, la donna per l’uomo – è un passaggio decisivo.

Marina Terragni, Il Foglio 21 luglio 2010

Senza l’ingombro di un padre.

Edward Hopper

(..) In cerca di quella ragionevole felicità che si incontra solo quando si smette di credere nell’individuo irrelato, triste chimera che ci sta divorando e che oggi seduce più le donne, neofite dell’individualità, che gli uomini.

Convinte di poter fare tutto da sole, lavoro, casa e anche figli, da tirare su senza l’ingombro di un padre, tendono a diventare loro stesse la copia conforme di quegli uomini da cui si tengono accuratamente lontane. Il rischio dunque è che l’esito di quella millenaria “perversione” dei rapporti tra i sessi (giudizio inequivoco di Joseph Ratzinger) che è stato il dominio dell’uomo sulla donna, sia una perversione ben più subdola e sottile, una nuova e più perfetta forma di dominio: l’asservimento delle donne al modo maschile di concepire la sessualità, le relazioni, il lavoro, il mondo.
Marina Terragni, Il Foglio, 21 luglio 2010

Il meriggio degli idoli.

Maschera di Dioniso, Louvre

Lo stratagemma dei tempi d’apostasia è mascherare il paganesimo risorgente sotto la specie dell’evento artistico: una volta si chiamavano Baccanales, oggi li chiamano Loveparade e raves; una volta si chiamavano sacrifici agli déi ctoni, oggi li chiamano -per eufemismo- “incidenti” o “tragedie”. L’alcol serve in tali riti orgiastici come anestetico pre-olocaustico: con i sensi ottusi la folla si dirige allegramente al macello e non lo sospetta neppure. Secondo i filosofi dovremmo essere in pieno crepuscolo degli idoli e invece ci ritroviamo ancora immobili nel loro meriggio, cui guardacaso sempre s’accompagna una persecuzione anticristiana. Ci vorrebbe un nuovo Marco Porcio Catone o un nuovo Teodosio Magno per spazzare via questi culti nefasti dalla faccia dell’Europa e ristabilire così la pace civile. Purtroppo il titolo di Defensor pacis non sembra attrarre oggi molti candidati, piuttosto è spesso incautamente attribuito a ogni sorta di millantatore, falso profeta o meteora politicante.

Paolo Carcano, Varese (Il Foglio, HPC, 26 luglio 2010)