Il Cristianesimo come bellezza.

È soltanto un cristianesimo come bellezza, come attrattiva, l’unico in grado di rispondere alla sfida del cuore, l’unico in grado di fare fronte, di affrontare questa esigenza di totalità che il cuore ha, l’unico in grado di vincere la lontananza, se il cuore cede alla sua attrattiva. Senza Cristo non c’è pienezza, e perciò non c’è verginità, che consente un rapporto vero con tutto: con le cose, con le persone, con tua moglie, con i figli, con quelli che lavorano con te, senza che il potere decida tutto. Un rapporto gratuito, un rapporto di una persona affettivamente compiuta, che non usa gli altri per riempire il vuoto che ancora resta. Senza questo è inutile tutto il moralismo, perché prima o poi soccombiamo. Per questo il Papa usa in tante occasioni la parola «attrae»: «Il Dio incarnato ci attrae» e ripete in continuazione il verbo «attrarre», il verbo «attirare». Sant’Agostino dice: «Se il poeta ha potuto dire [cita Virgilio, Ecl. 2 ]: “Ciascuno è attratto dal suo piacere”, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo».

Julian Carròn

Nell’affetto che principalmente la sostiene.

Caravaggio, Martirio di San Pietro


La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente la sostiene, nel quale trova la maggiore soddisfazione.

San Tommaso d’Aquino

Come posso ordinare l’istinto?


Ma come posso ordinare l’istinto, il desiderio al tutto? Don Giussani raggiunge qui il vertice: «Non è umano dare se stessi se non a una persona,
non è umano amare se non una persona. Il “tutto” in ultima analisi è l’espressione di una persona: Dio».
Perché? Perché è l’unico che corrisponde a tutta la mia attesa, a tutto il mio desiderio di infinito, a tutta l’esigenza di felicità a cui mi spinge la mia umanità. È soltanto questo che può ordinare tutto.
«Al di sopra dell’attività delle facoltà dell’anima – dice Julien Green – vi è qualcosa di più profondo e di essenziale, e quando questo istinto profondo è ordinato e orientato verso Dio, allora tutto il resto è ordinato; ma se questo istinto profondo si distoglie da Dio, tutto il resto ne è distolto, che l’uomo se ne accorga o no».

Ma Dio, il Mistero, se rimane lontano e astratto, non è in grado di attirare tutta la nostra umanità. Per questo occorreva l’incarnazione, occorreva – come intuiva Leopardi – che la Bellezza, con la B maiuscola, si vestisse di «sensibil forma», diventasse carne. Occorreva una «presenza affettivamente attraente» per attirare tutta la mia energia, tutta la mia affezione, tutto il mio desiderio verso di Lui.
Per questo l’unica speranza è questa: «Cristo me trae tutto, tanto è bello!». Senza questo, possiamo sbagliare finché vogliamo, possiamo scivolare o stroncare, ma non risolviamo niente, perché né l’istintività né il moralismo possono risolvere il problema della persona, il problema di qualcosa che riesca veramente a rispondere in modo adeguato a tutta l’esigenza di totalità. Per questo senza la bellezza di Cristo presente che ci «trae tutto» non c’è possibilità di compimento dell’umano, né che diventiamo persone affettivamente compiute.

Julián Carrón

C’è la verità e quindi il distacco.

Fiandra, Miniatura della Natività

«Siccome non c’è niente di inutile al mondo […], il desiderio di possesso, la volontà di possesso diventa lo spunto per incominciare il lungo cammino al Tu». È questo che tante volte non siamo in grado di fare, e perciò o scivoliamo nell’istintività o stronchiamo la nostra umanità. E siccome questo cammino ci sembra misterioso, nel tentativo di comprenderlo pensiamo: prima c’è il distacco e poi affermo questa cosa. Dice in un passaggio don Giussani: «No. È l’opposto! Non “prima c’è il distacco e poi c’è la verità”: c’è la verità e quindi il distacco». Questa è la pretesa di Cristo: soltanto perché c’è la verità, dove l’uomo può vedere compiuta tutta la sua vita, tutta la sua affezione, egli può rapportarsi in un modo vero con tutto.

Racconta un universitario a un amico della sua reazione davanti a una proposta indecente: «Era bella, e stavo per dirle di sì, volevo dirle di sì, ma quando ho iniziato a risponderle mi sono venute le lacrime agli occhi, grazie a Dio. Mi sono fermato un attimo e ho pensato alla giornata di inizio, al fatto di darsi le ragioni di tutto, ai miei amici. E così ho detto di no, perché le volevo bene, e che ero convinto che era la cosa più istintiva e senza ragioni che potessimo fare».
Questo non succede soltanto nel rapporto con una persona, ma nel rapporto con le cose, con tutto. Mi chiedeva un gruppo di amici davanti al tentativo di vivere il potere o gli interessi: «Come possiamo vivere in modo da non soccombere al potere o agli interessi?». Sapete che cosa ho risposto? Ho parlato della verginità: è soltanto se c’è la verità, se c’è Cristo, se c’è qualcosa che compie la vita più di qualsiasi altra cosa, che uno può vivere in un rapporto di verità con tutto: con l’altro, con gli interessi, con il potere e con le cose. Avremo il coraggio qualche volta di fare la verifica di questa proposta di Cristo, di verificare fino in fondo se la proposta di vita che Cristo ci offre come compimento del nostro umano, perciò della nostra affezione, è in grado di rispondere, o saremo sempre a metà strada?
È soltanto la verità, è soltanto la bellezza di qualcosa che vivo, che rende possibile non cedere all’istintività. Non si tratta di stroncare o di censurare, ma di ordinare l’istinto allo scopo, di avere qualcosa che sia più potente, che abbia un’attrattiva più grande, dal quale tutto il mio essere con tutte le mie energie sia calamitato.

Julian Carròn

Santo Stefano Protomartire

Santo Stefano


La celebrazione liturgica di S. Stefano è stata da sempre fissata al 26 dicembre, subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione del Figlio di Dio, furono posti i “comites Christi”, cioè i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.

Così al 26 dicembre c’è s. Stefano primo martire della cristianità, segue al 27 s. Giovanni Evangelista, il prediletto da Gesù, autore del Vangelo dell’amore, poi il 28 i ss. Innocenti, bambini uccisi da Erode con la speranza di eliminare anche il Bambino di Betlemme; secoli addietro anche la celebrazione di s. Pietro e s. Paolo apostoli, capitava nella settimana dopo il Natale, venendo poi trasferita al 29 giugno.

Del grande e veneratissimo martire s. Stefano, si ignora la provenienza, si suppone che fosse greco, in quel tempo Gerusalemme era un crocevia di tante popolazioni, con lingue, costumi e religioni diverse; il nome Stefano in greco ha il significato di “coronato”.

Si è pensato anche che fosse un ebreo educato nella cultura ellenistica; certamente fu uno dei primi giudei a diventare cristiani e che prese a seguire gli Apostoli e visto la sua cultura, saggezza e fede genuina, divenne anche il primo dei diaconi di Gerusalemme.

Gli Atti degli Apostoli, ai capitoli 6 e 7 narrano gli ultimi suoi giorni; qualche tempo dopo la Pentecoste, il numero dei discepoli andò sempre più aumentando e sorsero anche dei dissidi fra gli ebrei di lingua greca e quelli di lingua ebraica, perché secondo i primi, nell’assistenza quotidiana, le loro vedove venivano trascurate.

Allora i dodici Apostoli, riunirono i discepoli dicendo loro che non era giusto che essi disperdessero il loro tempo nel “servizio delle mense”, trascurando così la predicazione della Parola di Dio e la preghiera, pertanto questo compito doveva essere affidato ad un gruppo di sette di loro, così gli Apostoli potevano dedicarsi di più alla preghiera e al ministero.

La proposta fu accettata e vennero eletti, Stefano uomo pieno di fede e Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas, Nicola di Antiochia; a tutti, gli Apostoli imposero le mani; la Chiesa ha visto in questo atto l’istituzione del ministero diaconale.

Nell’espletamento di questo compito, Stefano pieno di grazie e di fortezza, compiva grandi prodigi tra il popolo, non limitandosi al lavoro amministrativo ma attivo anche nella predicazione, soprattutto fra gli ebrei della diaspora, che passavano per la città santa di Gerusalemme e che egli convertiva alla fede in Gesù crocifisso e risorto.

Nel 33 o 34 ca., gli ebrei ellenistici vedendo il gran numero di convertiti, sobillarono il popolo e accusarono Stefano di “pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio”.

Gli anziani e gli scribi lo catturarono trascinandolo davanti al Sinedrio e con falsi testimoni fu accusato: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno, distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato”.

E alla domanda del Sommo Sacerdote “Le cose stanno proprio così?”, il diacono Stefano pronunziò un lungo discorso, il più lungo degli ‘Atti degli Apostoli’, in cui ripercorse la Sacra Scrittura dove si testimoniava che il Signore aveva preparato per mezzo dei patriarchi e profeti, l’avvento del Giusto, ma gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore.

Rivolto direttamente ai sacerdoti del Sinedrio concluse: “O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l’avete osservata”.

Mentre l’odio e il rancore dei presenti aumentava contro di lui, Stefano ispirato dallo Spirito, alzò gli occhi al cielo e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”.

Fu il colmo, elevando grida altissime e turandosi gli orecchi, i presenti si scagliarono su di lui e a strattoni lo trascinarono fuori dalle mura della città e presero a lapidarlo con pietre, i loro mantelli furono deposti ai piedi di un giovane di nome Saulo (il futuro Apostolo delle Genti, s. Paolo), che assisteva all’esecuzione.

In realtà non fu un’esecuzione, in quanto il Sinedrio non aveva la facoltà di emettere condanne a morte, ma non fu in grado nemmeno di emettere una sentenza in quanto Stefano fu trascinato fuori dal furore del popolo, quindi si trattò di un linciaggio incontrollato.

Mentre il giovane diacono protomartire crollava insanguinato sotto i colpi degli sfrenati aguzzini, pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”, “Signore non imputare loro questo peccato”.

(dal sito santiebeati)