L’augusta grazia del combattimento.

La battaglia di Tours

Quando il mattino della battaglia le compagnie si svegliano e si armano nella nebbia, ognuna occupa il suo posto e attende il giorno. Devono solo attendere e tenersi pronte.

Poi il caso sceglie una di esse fra tutte, e la pone al centro del combattimento.

Essa non l’aveva meritato: l’onore ha deciso per essa.

E le altre compagnie, sue compagne, mentre combattono, sentono oscuramente che altrove il combattimento è più vero, la morte più esigente, il sacrificio più utile e l’esito più decisivo. Per esse , lo sforzo ha delle soste; non ce ne sono per quelli che sono al centro; e quelli sentono di essere nella battaglia; indovinano gli sguardi, le grida lanciate verso di loro, e su di loro il pensiero del capo.

Sotto questi sguardi, queste grida, questo pensiero, il loro gruppo ferito, decimato, lotta con coraggio maggiore del suo stesso coraggio, resiste con una forza maggiore della sua stessa forza.

Esso era al mattino simile agli altri, né più coraggioso, ne’ meno coraggioso ; e alla sera è diverso.

Ha superato la prova esce dal fuoco.

È, rimane diverso, segnato agli occhi di tutti dalla augusta grazia del combattimento.

Un caso ne è la causa: l’eroismo è entrato in esso.

Tale è cristiano: un essere fra gli esseri, e simile ai più umili.

Ma egli combatte per l’intera natura, le potenze dall’alto sperano nel suo sforzo, è stato scelto e da ciò deriva il sovrappiù della sua forza.

(C. Péguy)

Tutto ci è dato per trovare la Bellezza.

Codice Mannese, Miniatura


Tutto questo ci è dato per trovare la Bellezza, per riconoscerla. Io non posso prescindere della mia umanità, strapparmi di dosso l’istintività, perché è quello che mi determina, mi attrae, mi stimola, mi introduce al servizio della realtà. Occorre perciò domandarsi – secondo passaggio che fa don Giussani – perché mi è data questa umanità.
b) «Tale attrattiva, stimolo, impulso contingente hanno un fine. Perciò il secondo fattore è la coscienza del fine proprio a questo fascio di istintività. La natura umana, infatti, ha come fattore del suo dinamismo non solo la sua urgenza, ma anche la consapevolezza dello scopo di quella urgenza stessa». Io, che ho questa istintività, non sono soltanto istintività, ma un io che ha la consapevolezza dello scopo per cui ce l’ha, e sa
che questa energia, questo impeto è fatto per un fine. L’unica cosa è non fermarsi a metà strada, non posso bloccare l’impeto che ci rimanda oltre per evitare il sacrificio che comporta, il dramma in cui ci mette. Invece tante volte succede ciò che dice, ancora, la nostra amica: «E così spesso riduco il mio desiderio a voglia e Cristo a regola». Il desiderio ridotto a voglia, istinto, reazione. Ma se il mio desiderio è soltanto voglia senza scopo, se questa istintività, che per il fatto di essere all’interno del mio io ha il respiro dell’infinito, è ridotta a voglia e Cristo si riduce a regola, è normale che a uno venga la paura. Resta soltanto il moralismo: bloccare l’istintività per evitare di andare contro la regola.

Julian Carròn

Resistere al sacrificio è resistere alla bellezza e alla verità.

Jean-Baptiste Camille Corot, Ritratto femminile


Guardate come don Giussani svela la verità di ciò che c’è dietro questo atteggiamento: «Se uno vuole bene a una persona, d’impeto [accetta di sacrificarsi per lei] per quella persona muore anche». Questo è naturale. Eppure «è per una resistenza che è in noi che fuggiamo dal sacrificio. Resistenza a che? Non è resistenza al sacrificio […], è una resistenza alla bellezza. È una resistenza […] al vero: non volere il vero. Questa è la confusione sterminata del peccato originale: si chiama menzogna. La resistenza al sacrificio è per l’attaccamento a una menzogna, per il cedimento a una menzogna, è perché siamo mentitori […]. [La nostra] è una resistenza alla bellezza e alla verità».

Noi incominciamo a difenderci dalla bellezza, da quella stessa bellezza che ci mette in moto, che ci richiama a Qualcosa d’altro! «Tu parli sempre – continua la lettera – di non censurare mai la nostra umanità, anzi, dici che è proprio questa che ci porta al riconoscimento di Cristo. È vero, io sono qui perché c’era un luogo che non aveva paura della mia umanità». Sì, noi stiamo in un luogo che non ha paura della nostra umanità, che guarda con simpatia la nostra umanità, perché ciò – come abbiamo visto questa mattina – è indispensabile per il riconoscimento di Cristo, per il fascino di Cristo. Abbiamo bisogno di tutte e due le cose: la nostra umanità e il fascino di una bellezza che ci attira. Se uno non sente il fascino delle cose e dei volti, se vuole cancellarli, vuol dire che non sentirà neanche il fascino di Cristo. È importantissimo capire bene queste cose, perché a volte, davanti alla vertigine, alla paura dello sbaglio, la tentazione è far fuori la propria umanità oppure la bellezza (che la cosa non ci attiri così tanto): ma se io faccio fuori la mia umanità e divento un sasso, se io taglio, stronco la mia umanità, come posso commuovermi davanti a Cristo, come posso essere trascinato da Cristo? Per questo non basta sostituire l’umanità con i principi, come diceva Eliot: «I nostri principi non ci rendono veramente comprensibile quel Tutto che governa il nostro attaccamento alle cose più di quanto un frammento di brandello umano riesca a comunicarci quella viva bellezza della carne che tanto amiamo».

Cancellare la bellezza e far fuori l’istintività per risparmiarci il dramma del vivere.

Ritratto maschile, 110-140 d.C., encausto su legno

La prima reazione è strapparsi di dosso l’istintività per cui uno vorrebbe prendere ciò che ha davanti. Come dicevamo questa mattina: vogliamo buttar via il nostro bisogno perché lo consideriamo una debolezza; adesso vogliamo buttar via l’istintività perché ci spinge a prendere ciò che abbiamo davanti. Che modo diverso di guardare ha don Giussani che, davanti alla nostra istintività, dice: «Come è umano l’umano, come è umana l’umanità». Invece di buttarla via, deve sorgere la domanda: «Perché mi è data questa umanità?» Se Dio ha messo addosso tutto questo complesso di dati, perché ci sono? Per un bene: è la positività con cui don Giussani guarda qualsiasi dato del reale, qualsiasi cosa data da un Altro, è questo sguardo di simpatia per l’umano, per tutto l’umano che c’è in noi.
«Siccome c’è questo momento drammatico sempre – continua la nostra amica – io vorrei che non ci fosse neppure la persona [qualcosa che mi attira] che passa davanti e mi colpisce, non vorrei sentire così tanto il fascino delle cose, dei volti, per non rischiare di sbagliare». Sembra umanissimo: uno vuole amare, non vuole sbagliare e allora, per non sbagliare, la prima idea che gli viene è: «Non vorrei sentire il fascino delle cose, dei volti». Vorrebbe cancellare la bellezza che lo attira. Prima vogliamo far fuori l’istintività e adesso cancellare la bellezza, sempre per lo stesso motivo: risparmiarci il dramma del vivere.

Julian Carròn