Perchè parlare della verità.

Mi hanno chiesto perché io faccia così sovente riferimento, nei post che inserisco nel blog, al tema della verità.

Oggi, parlandone al volo, mi è venuto da rispondere perché la verità ci farà liberi. Ma dirlo così non basta.

Quello che dice Giancarlo Cesana, quel discorso che lui ha fatto provando a spiegare cosa significhi l’affermazione di Julian Carròn che “la bellezza è una ferita” mi interroga in continuazione, mi porta di continuo a chiedermi cosa voglio per me stesso, cosa sto cercando. Cosa vi sia, appunto, nelle cose tale da non bastarmi mai, tale da richiamare, sempre, altro da me? Parlo della verità di me perché parlo del significato di me, dall’evidenza più elementare –non mi faccio da solo– a quella più faticosa, quella che mi costringe, da tre anni in qua, a non accontentarmi mai di niente, a tenere sempre il tiro alto. A dire, sempre, che per meno di così non mi interessa niente. né i rapporti, né le persone.

E poiché l’esperienza che ho fatto nella mia vita è quella di essere raggiunto da questa Verità, attraverso Dio fatto Uomo, che ha la potenza incredibile del Natale che fra poco festeggeremo, ma ha anche facce e volti dei miei amici e delle circostanze che vivo, io questo dico, questo racconto. E su questo provo a lavorare, prima di tutto per me stesso.

La fatica non ci sarà mai tolta.

Pieter Brueghel, La torre di Babele

Come fai a stare di fronte al richiamo del tuo amico? E come fai a stare di fronte alla vita quando tutto sembra andare storto?

Nel primo caso occorre avere una coscienza chiara dell’amicizia e nel secondo la positività della vita. Se vieni investito da un camion questo non abolisce il senso della vita e allora occorre tenere fisso lo sguardo sulla verità della vita. Bisogna accettare la verità anche se ferisce. Dobbiamo mettere in evidenza la bellezza della verità per poter vivere le difficoltà, non dobbiamo nascondere la fatica.

Avere presente sempre la verità come destino presente di ciò per cui siamo fatti, anche se le cose non vanno come vogliamo. Se le cose andassero sempre bene non avremmo bisogno di niente, saremmo noi la verità e allora finirebbe tutto nel sangue. Bisogna avere le ragioni per fare fatica, perché la fatica non ci sarà mai tolta, anzi, se facciamo fatica vuol dire che la vita non me la faccio io e quindi devo convertirmi.

La fatica che uccide è quella senza ragioni.

Giancarlo Cesana

Riconoscere la verità come fattore di bellezza e di felicità.

Se la verità è il destino per cui siamo fatti, in quello che viviamo si manifesta la verità, ed è quindi dentro la vita che occorre cercare e riconoscere la verità come fattore di bellezza e di felicità.

La verità la sovrapponiamo alla vita per renderla vera, mentre la verità è dentro l’esperienza della vita; allora tutto quello che faccio e che vivo mi conduce al punto finale, alla radice della vita.

Giancarlo Cesana

Ferito dalla bellezza.

Lofoten Islands, Norway

Don Giussani è stato ferito dalla bellezza (“Com’è bello il mondo e com’è grande Dio”), ma cosa vuol dire essere ferito dalla bellezza?

Ciò che ti attrae, la donna che ami, non è tua, ti devi piegare a questo fatto; è un sacrificio e i sacrifici è meglio farli quando la vita va bene, se no è una sfiga totale.

Giancarlo Cesana

Santa Lucia

Santa Lucia

Santa Lucia è venerata in modo particolare a Forlì.

Una chiesa a lei dedicata è collocata in Corso della Repubblica, la via che da Piazza Saffi conduce al Piazzale della Vittoria e che il giorno 13 dicembre di ogni anno viene letteralmente occupata dalle bancarelle guarnite da montagne di torrone. All’inizio del 900 esse offrivano solamente castagne secche, ciambelline e piadina dolcificata ed erano la meta dei contadini che affluivano dalle campagne di San Martino in Strada al Ronco, da Pievequinta, da San Giorgio e da paesini ancora più lontani.

Chiesa di Santa Lucia, Forlì, interno.

Scrive Carla Stagnani nel suo libro intitolato Sui sentieri della tradizione: “Le castagne dovevano essere portate dal garzone all’amante per poi essere mangiate insieme. Dovevano essere abbondanti, per soddisfare anche la famiglia della fanciulla, anzi, ne dovevano rimanere, altrimenti il ragazzo sarebbe stato tacciato come “avaro”, un “innamorato da poco”.

Le ragazze a loro volta regalavano all’amico del cuore una piadina dolce. Infine, in contraccambio, Lui a Natale avrebbe donato a Lei del pan pepato, possibilmente di quello che veniva confezionato a Siena. Fino a quando ho vissuto io a Forlì, ed anche dopo, l’usanza che ho appreso, e tramandato, era quella di regalare il torrone alle ragazze: o meglio, alla ragazza, quella per eccellenza. Il dono alla propria donna: non ho mai smesso di farlo fino a 3 anni fa. Numerose le credenze legate a Santa Lucia. Prime di tutte quella riguardante la notte della vigilia del martirio. Infatti, essendo ritenuta la più lunga dell’anno, le giovani avrebbero avuto il tempo di confezionarsi una camicia. Ecco quindi il perché di questo detto:

Par Santa Lòzia un cul d’gocia

Per Santa Lucia/ una cruna d’ago

volendo anche significare che i giorni incominciavano a crescere, ma di pochissimo, quanto una cruna d’ago.

Il 13 dicembre si facevano anche le osservazioni meteorologiche per tutto l’anno, seguendo le variazioni climatiche dei dodici giorni che separavano tale data dal Natale; inoltrequel giorno i contadini non lavoravano coi buoi ritenendolo un peccato: questa credenza si riallaccia ai giorni sacrificali dell’antica Roma.

Due proverbi:

È dè d’Santa Luzì è dé é cor vi

Per Santa Lucia il giorno corre via

Per Sènta Luzia l’imbienca la via

Per Santa Lucia si imbianca la via