Non c’è peccato che Dio non voglia perdonare.

Perché non c’è peccato che Dio non voglia perdonare, e perché “ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”. Mi piacerebbe vedere una foto, un giorno, di Battisti che piange sui suoi peccati, e una in cui il suo riso non è più un riso beffardo, ma quello puro di un uomo nuovo che ha trovato il suo Dio. Un uomo che possa dire, nonostante tutto: “Felix culpa”.

La storia di Battisti mi fa balzare a un altro fatto di cronaca: i ragazzi di Cl picchiati e angariati dagli anarco-comunisti all’Università di Milano. Le azioni violente, infami, di quest’ultimi hanno la stessa origine ideologica degli omicidi di Battisti: nascono dall’ateismo di giovani che compiono azioni tanto più eclatanti e solenni, tanto più “spettacolari”, quanto più forti sono il vuoto e la rabbia interiori che li caratterizzano. Sono giovani disperati, “figli di padri malati” e di una società decadente che non possono sopportare che altri vivano la loro vita, quotidianamente, godendone il significato, ridendo e piangendo di gusto, costruendo pazientemente, giorno per giorno, un’esistenza fiduciosa e motivata.
A quei cinque ragazzi di Cl, che vorrei abbracciare come si fa con le vittime dell’odio cieco, ricordo quello che sanno già: sabato c’è il Banco alimentare, nato dall’insegnamento di don Luigi Giussani; ci sono i supermercati da presidiare per raccogliere un po’ di spesa e di cibo. Andate anche questa volta, con la stessa costanza e speranza con cui aprivate ogni giorno la vostra piccola cartoleria in università. Ci sono i soliti magazzini da riempire, e poi, ogni mese, c’è il pacco di viveri da portare alle famiglie più bisognose. In silenzio. Non in nome di
Marx, né del proletariato e della chiassosa e violenta lotta di classe, ma di Cristo e di ogni creatura umana fatta a immagine e somiglianza di Dio.

Francesco Agnoli, Il Foglio, 26 novembre 2009

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