Nell’incontro c’è sempre Altro e Altro resta Altro, inassimilabile.

Le parole illuminano le cose anche quando le oscurano, dalle parole occorre partire.
‘Omosexualität’ è un neologismo coniato dallo scrittore Karl-Maria Kertbeny nella seconda metà dell’Ottocento per designare la natura degli uomini che desiderano e talvolta amano altri uomini. Un termine ottenuto assemblando il greco “omos”, “omoios”, “simile”, “eguale”, “stesso”, con il germanico sexualität. Sexualitas è maccheronico e non esiste in latino, che si ferma a sexualis, e siamo già nel tardo impero. Prima c’è “sexus”, molto prima. Forza oscura e luminosa, la sessualità è ben altro e ben oltre il sesso, l’erotismo, il sessuale.
“Omosessualità”, una parola dal suono ombroso e lumacoso e dalla scandalosa storia che odora di patologia e di patibolo. Ma soprattutto omosessualità è una parola, e una pratica, impossibile, come impossibile è il matrimonio tra l’acqua e il fuoco. Differendo dalla genitalità e consistendo nella propria e singolare avventura in cui ciascuno si trova a pensare, parlare e fare, mai la sessualità potrà essere omos, mai sarà la stessa per due individui.

Scandalosa non è l’omosessualità; il vero scandalo, la vera audacia, è di ammettere finalmente, dopo un secolo e mezzo di pasticci, che l’omosessualità non esiste, non può esistere, poiché ciascun umano vive in una sua particolarità, ciascun uomo ama a suo modo; solo lo stupro è di gruppo. Gay, travestiti, machi, lesbiche, eremiti, fidanzatini… tutti siamo eterosessuali poiché nell’incontro c’è sempre Altro, e Altro resta Altro, inassimilabile; una passione per lo sconosciuto, una forza che ci spinge verso quell’ignoto che ispira ogni tipo di amore.

 

Umberto Silva, Il Foglio 31 ottobre 2009

Non mi basta mai nulla.

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Foto di Gianni Berengo Gardin, dalla rete.

Ma il medico ginecologo Francesca Piol (trentottenne sposata con un altro medico e madre di otto figli) dice: “Io lo penso spesso – mi riprendo quello che ho perso – ma è proprio in quel momento che mi dico: guarda quello che hai. E allora vedo tutto quello che ho guadagnato”. Il consiglio di Francesca è di mettere sempre davanti “quello che c’è, perché è ovvio che a mettere davanti quello che non hai ti sembrerà che manchi sempre qualcosa.

Il desiderio del cuore è talmente grande che è normale sentire la finitezza. Ma per me questo non significa accontentarsi.

Non mi basta mai nulla, ma contemporaneamente cerco di dare valore al presente. Non mi scandalizzo del mio limite, però. Una delle mie figlie, alla vigilia della prima comunione, si è messa a piangere dicendo che le sembrava di non avere peccati e che però questo era un peccato. Ecco, la cosa difficile è avere la coscienza del peccato. Lo penso la mattina quando attraverso il reparto e vedo che non a tutti i pazienti riesco a dare il massimo, magari perché non tutti sono gentili o puliti o educati come vorrei. Oppure quando mio figlio mi si avvicina e mi chiede aiuto e io, stanca e nervosa, non riesco a darglielo. Però so che c’è un ordine naturale delle cose. Magari capita di sbagliare, di sovvertirlo, ma c’è”.

 

Marianna Rizzini, Il Foglio, 29 ottobre 2009