Dormire è abbandonarsi alla vita.

J.E.Millais, Ophelia

Dormire per l’uomo è abbandonarsi alla vita, immerso nella notte dell’essere.

Lasciarsi andare alla vita, abbandonarsi alla vita, alla sua illimitatezza, senza l’appiglio della realtà. Chiudere gli occhi in un atto di totale fiducia. Arrendersi, fidarsi, credere. Ne deriva l’insonnia prodotta dall’inquietudine, dalla sfiducia, dalla semplice miscredenza. La preghiera che a conclusione dello stato di veglia del credente è la più adeguata preparazione all’entrata nel sonno, è l’atto di assoluta fiducia che rinvia all’abbandono completo, al commiato dalla realtà -sempre relativa nella vita umana-, al ritorno a questo stadio iniziale assoluto.

Maria Zambrano, I sogni e il tempo, Pendragon 2004

Un compito di cui non scorgiamo le infinite conseguenze.

Norvegia, dall'Hurtigruten, luglio 2009


Siamo presi nella trama si una storia che è al di sopra di noi. Forma in qualche modo il corpo del nostro corpo, la matrice nella nostra genesi, si perde nella notte dei tempi. Si prolunga anche verso aurore che non vedremo mai. Ma noi siamo nella Storia così come la Storia è in noi. La nostra esistenza è storica, certo, ma la Storia è soprattutto personale, nel senso che si personalizza in ciascuno di noi. Nella nostra vita si giocano poste di cui siamo, a malapena, consapevoli. Un patrimonio oscuro è all’opera nella nostra carne, mentre una chiamata dall’alto esige un compito di cui non scorgiamo le infinite conseguenze.

Fabrice Hadjadj, Farcela con la morte, Cittadella 2009

Una morte riuscita.

In cosa consiste, dunque, una morte riuscita?

Riscattare il tempo con la moneta di sangue dell’eternità, far propria tutta la Storia e rimetterla con se stessi alla misericordia dell’Altissimo, offrire alla messe degli angeli la duplice credenza del grano buono e della zizzania; nel mezzo della lotta tra luce e tenebre di cui siamo il campo di battaglia, dire sì a ciò che si intravede della luce e abbandonarsi completamente ad essa, per far passare con noi tutti coloro cui manca tale speranza.

Fabrice Hadjadj, Farcela con la morte, Cittadella 2009

Non lasciare nulla, nemmeno un motivo per meritarsi il Nobel*.

Jean Marie Gustave Le Clézio

Quando sarò morto non avrò lasciato niente. Quando avrò reso il mio respiro al freddo, quando avrò reso la mia carne alla terra, quando avrò restituito la mia anima al mondo, non avrò lasciato niente. Non sarò partito. Non sarò in pace. Avrò smesso di sapere, ma in fondo niente sarà cambiato. sarò sempre vivo, sparso nel mondo senza orizzonte, sarò sempre, qui o là, nella lotta per la vita. (..) Avrò aperto il sacco della mia autonomia, allora avrà luogo il movimento soave e sereno dell’osmosi. Mi spanderò.

J.M.G.Le Clézio, L’extase matéreielle, Gallimard 1993

*Per la letteratura, ça va sans dire.

Non c’è peccato che Dio non voglia perdonare.

Perché non c’è peccato che Dio non voglia perdonare, e perché “ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”. Mi piacerebbe vedere una foto, un giorno, di Battisti che piange sui suoi peccati, e una in cui il suo riso non è più un riso beffardo, ma quello puro di un uomo nuovo che ha trovato il suo Dio. Un uomo che possa dire, nonostante tutto: “Felix culpa”.

La storia di Battisti mi fa balzare a un altro fatto di cronaca: i ragazzi di Cl picchiati e angariati dagli anarco-comunisti all’Università di Milano. Le azioni violente, infami, di quest’ultimi hanno la stessa origine ideologica degli omicidi di Battisti: nascono dall’ateismo di giovani che compiono azioni tanto più eclatanti e solenni, tanto più “spettacolari”, quanto più forti sono il vuoto e la rabbia interiori che li caratterizzano. Sono giovani disperati, “figli di padri malati” e di una società decadente che non possono sopportare che altri vivano la loro vita, quotidianamente, godendone il significato, ridendo e piangendo di gusto, costruendo pazientemente, giorno per giorno, un’esistenza fiduciosa e motivata.
A quei cinque ragazzi di Cl, che vorrei abbracciare come si fa con le vittime dell’odio cieco, ricordo quello che sanno già: sabato c’è il Banco alimentare, nato dall’insegnamento di don Luigi Giussani; ci sono i supermercati da presidiare per raccogliere un po’ di spesa e di cibo. Andate anche questa volta, con la stessa costanza e speranza con cui aprivate ogni giorno la vostra piccola cartoleria in università. Ci sono i soliti magazzini da riempire, e poi, ogni mese, c’è il pacco di viveri da portare alle famiglie più bisognose. In silenzio. Non in nome di
Marx, né del proletariato e della chiassosa e violenta lotta di classe, ma di Cristo e di ogni creatura umana fatta a immagine e somiglianza di Dio.

Francesco Agnoli, Il Foglio, 26 novembre 2009

Una radicale alterità.

Francisco Zurbaran, San Bonaventura in preghiera.

Il tempo mi forma alla pazienza ed alla preghiera, la speranza a cui mi obbliga la rimetto a una radicale alterità: infrange il mio orgoglio e mi invita, già da adesso, ad aprirmi agli altri e, soprattutto, all’Altro salvatore. Non dico questo perché sono ebreo, né perché sono cristiano. E’ una constatazione, anzi, è la realtà che è giudeo-cristiana.

Fabrice Hadjadj, Farcela con la morte, Cittadella 2009