Downshifting

CambioNissan
Letteralmente “scalare le marce”. In senso sociologico, è un concetto quanto mai in voga negli ultimi tempi, richiamando l’attenzione di servizi giornalistici, sulla carta stampata e sulla televisione. Significa cambiare ritmo di vita, dedicarsi a qualcosa di completamente diverso da quanto fatto finora -normalmente: una carriera da manager, dirigente, grande industriale- per avere più tempo da dedicare a se stessi, più tempo libero in generale.

Colpiscono, quasi un denominatore comune di tutti i servizi e gli articoli che ho avuto modo di leggere, le annotazioni in chiusura dei pezzi: per fare il downshifting ci vogliono soldi, e non pochi. E non si capisce bene il perché, dal momento che si dovrebbe mettere in conto una maggiore frugalità, uno stile di vita più spartano, meno shopping, consumismo, etc…viene il dubbio che scalare le marce sia qualcosa che serve a lavorare di meno per continuare a fare la vita di prima. Ovvero una vita che ruota intorno al lavoro come ad un male necessario, un obbligo sociale, un passaggio che solo rende possibile il vero tempo, quello libero e liberato. Come è diverso il significato che del lavoro dava don Giussani, percependo che la vita è unica ed indivisibile, che non può essere divisa o parcellizzata!

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4 pensieri su “Downshifting

  1. Ciao! Mah, per me il downshifting è andare via da Milano, smettere di lavorare 15 ore al giorno e tornare ad avere una vita sociale, cambiare lavoro per cercarne uno più modesto ma concreto e reale, fare dei figli e crescerli, smettere di comprare cose inutili. Ci vogliono soldi perché se devi cambiare casa, città e cercare un altro lavoro etc… un po’ di scorta la devi avere, considerando che non è proprio come schioccare le dita … e che in Italia costa tutto una follia.
    LaStancaSylvie

    • Ciao, grazie per avere scritto.
      Non so se sono la persona più adatta a risponderti, vivo in provincia ma amo Milano, per averci vissuto, da studente, e per tornarci molte volte in un mese, per lavoro e perché i miei figli studiano lì. Ed è una città nella quale tornerei, dunque prendi quello che ti dico come un parere molto personale: lavoro molto e mi piace.
      Sono certo che una dimensione diversa per la propria vita possa aiutare a viverla meglio: ma sono anche altrettanto certo che si deve fare i conti con la realtà fino in fondo, altrimenti rischiamo sempre di porre le questioni fuori da noi, come se i rapporti che non vanno dipendessero da persone che non ci piacciono, i lavori che non vanno dal fatto che altrove ce ne sono dei migliori, etc etc…
      Quanto ai soldi che ci vogliono, ci vogliono ovunque: posso dirti che in provincia gli stipendi sono più bassi e che la gente compra le cose ugualmente, i fashion victim sono anche qua e in particolare nella mia città i consumi si caratterizzano per un elevato tasso di “stupidità” media. Chiudono librerie e negozi di dischi, aprono sempre nuovi locali e discoteche. Questa è la vita di questa provincia, non credo che ci sia una riga netta fra il bene ed il male, penso soprattutto che il problema, ovunque ci troviamo a vivere e qualunque cosa facciamo, siamo sempre e solo noi. Grazie ancora.

  2. Giusto, ma fare i conti con al relatà, per me, è avere il coraggio di scostarmi da questa vita che non mi piace, che mi allontana da me stessa, e questa è una cosa che sta dentro e fuori di me! Nel senso, è chiaro che l’equilibrio dipende da tanti fattori, in primis da una serenità interiore che poco ha a che vedere col posto dove vivi, ma non si può negare che l’ambiente l’influenzi molto lo stile di vita, di conseguenza la vita stessa. Io ho bisogno di condurre una vita più elementare, più lenta, meno rumorosa, vorrei avere tempo per … invece vivo a Milano (che potrebbe essere un’altra città rumorosa, grande, con l’aria irrespirabile e via dicendo…) e lavoro 14 ore al giorno …. e il resto non esiste! Non posso fare finta che il problema non sia anche questo, sarebbe esssere ciechi per comodità di non voler cambiare per pigrizia, non credi? Vero, il problema siamo noi: devo essere essere più coerente con me stessa e cercare di realizzare finalemnte i miei sogni, ai quali non mai creduto. Questo non significa scappare o cercare alibi per la propria felicità … non so se mi hai capito!
    LaStancaSylvie

  3. Ciao StancaSylvie, non so se ti ho capito. Provo a ricapitolare. Prima di tutto il problema siamo noi, anche se tu lo dici in fondo alla tua lettera, all’inizio c’è nuovamente l’invettiva contro Milano e poi il fantastico (dico davvero) paradosso dell’essere “ciechi per comodità per non voler cambiare per pigrizia”. Però qui non si tratta di sogni da realizzare, la parola sogno ha in sè sempre qualcosa di ingannatorio, è una parola che ti tira fuori dalla realtà. Abbiamo in testa il sogno di qualcosa di meglio, che è sempre fuori di noi e nel frattempo le ore di ogni giorno sfuggono, in attesa di essere vissute in luoghi più degni. Quando dico dove abito, tantissima gente, milanesi in primis, mi dicono “Che bello, sei sempre in vacanza”. Mi piacerebbe che venissero a farsi un giro in una città che ha primati davvero invidiabili: chiude librerie e negozi di dischi, apre palestre e discoteche, fa morire di debiti la fondazione Fellini e primeggia in criminalità. Davvero il problema è fuori di noi?

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