Educazione: autorità e tradizione.

L’educazione ha bisogno di “autorità” e di “tradizione”: deve essere conservatrice, diceva Hannah Arendt.

Solo così può fornire gli strumenti adeguati a rinnovare il mondo. La questione del senso si pone nel rapporto del giovane con l’autorità e la tradizione, e attraverso l’acquisizione delle “narrazioni delle grandi tradizioni culturali, religiose, morali e politiche, che hanno proposto sensi unitari dell’esistenza, del mondo e della storia”; e non nella metafora postmoderna del gioco, “inteso come gratuità dell’accadere sgravato da responsabilità
e da scopi”, da cui discende l’idea dell’autoformazione perché “non si può e non si deve insegnare dove si è diretti, ma solo a vivere nella condizione di chi non è diretto da nessuna parte”.

Giorgio Israel, Il Foglio, 13 ottobre 2009

L’educazione è un’alleanza fra generazioni

Famiglia

L’educazione è la continuazione “di quell’agire con cui i genitori per primi rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto mettendolo al mondo”.
Di qui il rapporto indissolubile tra generazione ed educazione.

L’educazione è “un esercizio di umanità” che mette in gioco molti attori – il soggetto, la famiglia, la scuola, l’insegnante – ed è quindi un’alleanza tra generazioni.

Giorgio Israel, Il Foglio, 13 ottobre 2009

La sfida educativa

Ritengo che il volume “La sfida educativa” (Laterza) – opera importante del Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana – esprima un livello sorprendentemente elevato di “vigilanza epistemologica”. Il libro – che affronta tutti i temi della crisi educativa, famiglia, scuola, impresa, lavoro, consumo, mass media – pone al centro la questione antropologica, individuando come fattore primario della crisi educativa la scomposizione dell’umano: scissione tra intelligenza e affettività, riduzione della razionalità alle forme analitiche indotte da una visione positivistica della scienza, divaricazione tra educazione e formazione, rarefazione della domanda di senso.
E tuttavia – si osserva – la mera invocazione di parole come “senso”, “persona” e “valori” non vale a esorcizzare una crisi tanto profonda. Bisogna “tornare alla radice umana della capacità educativa”, ovvero alla consapevolezza che il punto di partenza dell’educazione è il venire-al-mondo e il suo enigma.

Giorgio Israel, Il Foglio, 13 ottobre 2009

Downshifting

CambioNissan
Letteralmente “scalare le marce”. In senso sociologico, è un concetto quanto mai in voga negli ultimi tempi, richiamando l’attenzione di servizi giornalistici, sulla carta stampata e sulla televisione. Significa cambiare ritmo di vita, dedicarsi a qualcosa di completamente diverso da quanto fatto finora -normalmente: una carriera da manager, dirigente, grande industriale- per avere più tempo da dedicare a se stessi, più tempo libero in generale.

Colpiscono, quasi un denominatore comune di tutti i servizi e gli articoli che ho avuto modo di leggere, le annotazioni in chiusura dei pezzi: per fare il downshifting ci vogliono soldi, e non pochi. E non si capisce bene il perché, dal momento che si dovrebbe mettere in conto una maggiore frugalità, uno stile di vita più spartano, meno shopping, consumismo, etc…viene il dubbio che scalare le marce sia qualcosa che serve a lavorare di meno per continuare a fare la vita di prima. Ovvero una vita che ruota intorno al lavoro come ad un male necessario, un obbligo sociale, un passaggio che solo rende possibile il vero tempo, quello libero e liberato. Come è diverso il significato che del lavoro dava don Giussani, percependo che la vita è unica ed indivisibile, che non può essere divisa o parcellizzata!