Treni nella notte: la casa e l’accoglienza

Treno della notte
Quando ero studente universitario e pendolavo da e per Milano, i treni delle FFSS facevano vergognare come adesso, pur con una velocità media, perlomeno a mio ricordo, più lenta. Ma non è questo che conta. Conta che, molto spesso, quando la nebbia era tale e non si vedeva nulla, il treno si fermasse in mezzo alla Pianura Padana e, non sapendo quanto potesse durare, in tanti ci alzassimo, guardando fuori dal finestrino -allora si potevano aprire- nella notte.
Pativo quei viaggi, mi facevano stare male: mi allontanavano da casa e mi portavano in una città che pure ho sempre amato e che continuo ad amare follemente, Milano appunto. E quando ritornavo i ritardi consumavano il tempo prezioso che volevo passare con i miei.
Però quando ci fermavamo io guardavo le luci soffuse nella nebbia dei casolari dispersi. E sognando ad occhi aperti mi pensavo pronto ad uscire dal treno, a camminare nei campi, a suonare in una di quelle case, immaginandomi sempre la stessa scena: una donna, che mi abbracciava e, come mia madre, mi faceva mettere a mio agio e poi mi lavava i capelli. Solo un’altra persona mi ha lavato i capelli, dopo mia madre, e anche lei non c’è più.

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