L’esperienza 3: l’uomo è educato dall’esperienza, non da ciò che prova.

L’avvertenza è necessaria: il prosieguo è più tosto e difficile dei due post precedenti, ma il passaggio è fondamentale. Richiede ascesi, nel senso di applicazione: ma è l’unica cosa da fare se si vuole andare fino in fondo delle proprie esigenze elementari, se si vuole capire, per esempio, anche il titolo di questo blog.
“(Il) poeta (…) a quello che prova, all’invidia che prova, alla nostalgia che prova fa delle domande:”E’ soddisfazione reale? E’ risposta vera al mio bisogno? E’ felicità? E’ verità e felicità?”. Queste sono le esigenze che non nascono in ciò che si prova, ma nascono in lui davanti a ciò che prova, in lui impegnato in ciò che prova. Queste domande giudicano quello che prova.
Qui diventa esperienza il puro e mero provare. La personalità si svolge non per ciò che prova: bambini lasciati a se stessi ne provano di tutti i colori, e mai un uomo saggio chiederà pareri a loro, perchè sono dei debosciati. “Pur avendo provato tutto, dopo aver provato tutto -ne ho fatte di tutti i colori, ne ho provate di tutti i colori-, non so cos’è il vivere, non so cos’è il tempo, non so rispondere alle domande più elementari” “Ma hai provato tutto! Sei stato libero in tutto!”
Il provare, il mero provare assurge alla dignità di esperienza in quanto il contenuto che uno provoa viene giudicato dalle domande ultime del cuore: sono i criteri del vero, del vero uomo, della vera umanità, del vero destino dell’uomo.

L’uomo è educato dall’esperienza, non da ciò che prova. E’ scriteriato pretendere che il proprio bambino cresca uomo maturo provando tutto ciò che vuole. Nessun padre e nessuna madre farebbero così, eccetto i padri e le madri che se ne infischiano: invece d’averlo abbandonato a due mesi sul selciato, lo abbandonano a due anni alla mercè di quel che vuole.

La realtà, in quanto emerge a livello di coscienza ed origina una reazione, fa sentire all’uomo qualcosa, provoca un provare -provare nel senso di sentire-, ma non è ancora esperienza (può essere, infatti, principio di dissociazione e di abominio). Diventa esperienza quando il provare è nel contempo giudicato dai criteri del cuore: se è veramente vero, se è veramente bello, se è veramente buono, se è veramente felice. In base a queste domande ultime del cuore, a questi criteri ultimi del cuore, l’uomo governa la sua vita.”

Don Luigi Giussani, Si può (veramente?!) vivere così? BUR, Rizzoli, 1996

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