Coniugi che si uccidono: divorarsi nella pretesa.

Il Corriere di oggi riporta, ovviamente -la cronaca nera d’estate assume la guida dello spirito delle notizie, come ci fosse una liberazione degli istinti-, la notizia dell’assassinio a Pizzo Calabro, da parte di un uomo, della propria moglie, che voleva separarsi da lui.
La repulsione immediata è per due cose, oltre che per la tragedia in sè: il parere della psicologa “Partner deboli perchè non sanno comunicare” e il dossier statistico “Mariti assassini, di più al Nord”. Repulsione perchè manca la pietà e la compassione, ovvero il saper porgere uno sguardo che sappia abbracciare il limite di ciascuno.
Ma, soprattutto, perchè la coscienza del limite, proprio e altrui, resta distante.
Così non resta che richiamare la frase di Rilke che, non per caso, probabilmente, resta la più cliccata di questo blog.
“(…) Solo nell’orizzonte di un Amore più grande non si divorano nella pretesa, né si rassegnano, ma camminano insieme verso la pienezza di cui l’altro è segno.”

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5 pensieri su “Coniugi che si uccidono: divorarsi nella pretesa.

  1. Come tu giorni fa ricordavi, Rilke dice anche che l’amore è l’incontro di di due infiniti. Ecco allora che quest’ultimo avvenimento è per me l’occasione per obiettare che non tutte le persone portano in sè l’infinito, ma anzi hanno orizzonti limitati e ben miseri. E in questo mondo di egoismo e limitatezza l’omicidio è l’estremo gesto di chi non sa guardare oltre se stesso

    • Vedi Steffy, io non credo che ci siano persone che non portano con sè l’Infinito. C’è una grande evidenza, nella nostra esperienza di vita quotidiana, un’esperienza continua ed evidente: non ci facciamo da soli. Portiamo impressi in noi, nelle domande sul senso delle cose, i segni dell’Infinito. Certamente, possiamo non vederli, ignorarli, fare finta di bastare a noi stessi e rinchiuderci dentro l’orizzonte limitato e misero di cui tu parli: ma l’Infinito, quello no, impossibile scrollarcelo di dosso. Basterebbe ricordare l’Innominato: talmente misero da uccidere, senza più rimorsi, talmente grande da avvertire che in quella donna che stava davanti a lui, Lucia, c’era ben altro.

  2. L’Infinito come parte di noi stessi e noi parte del tutto. Nati non foste per vivere come bruti ma per seguir virtute e canoscenza. Siamo fatti a somiglianza di Dio. Principio e fine.
    Allora laddove non siamo più Infinito, laddove non v’è più quella tensione verso, c’è il Maligno?
    Che non promette il regno dei cieli, ma vantaggi terreni e immediati? Segni tangibili hic et nunc?

  3. L’Infinito è costitutivo di noi stessi, quando ci manca lo cerchiamo, se siamo sinceri con le nostre esigenze elementari ed ascoltiamo il cuore, noi lo cerchiamo: ed è proprio vero quello che Dante fa dire ad Ulisse nel V° canto dell’Inferno. Io penso che noi non smettiamo mai di essere Infinito (anche se non possiamo contenerlo), perchè siamo fatti e continuiamo ad essere tali, finchè sopraggiunga la morte. Ma quando cancelliamo quella domanda di cui parla anche Rilke, o tentiamo di accantonarla, il Diavolo, che è nei particolari, fà in modo che noi esaltiamo i particolari, dimenticando il tutto: appunto, l’Infinito. Così, prima ancora che ridicola, la lite per il cane e gli alimenti, è tristissima: perchè significa che nessuno dei due è stato capace di alzare lo sguardo sopra la propria miseria e di chiedere aiuto. Siamo finiti, ma siamo fatti per l’Infinito. E soprattutto, non siamo definiti dal nostro limite, grazie a Dio. Io penso che il Diavolo lavori, che certamente faccia il suo mestiere: ha tentato anche Gesù, lo fa con chiunque. Ma ci sono due cose importanti da ricordare, una è che comunque anche lui deve fare i conti con la nostra libertà (Lutero aveva detto molte sciocchezze, ma la predestinazione è la più grossa di tutte…), l’altra è che Cristo stesso ci ha promesso il “centuplo quaggiù e l’eternità”. Mi fido più di Lui.

  4. Pingback: Divorarsi nella pretesa 2. « La bellezza è una ferita

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