Politically correct: come censurare l’identità in nome del multikulti.

Hans Christian Andersen

Hans Christian Andersen

Claudio Magris, in un articolo sul Corriere Cultura di domenica 30 agosto, dà notizia di quanto avvenuto in Danimarca, circa una favola di Andersen, epurata dal “(..) finale cristiano o comunque degli elementi cristiani, per non offendere i fedeli di altre chiese. Nella sua timorata stupidaggine, questa è una tappa decisiva nella storia universale della censura”. Così Magris: che riesce a vedere, nonostante tutto, nella notizia del buono poichè, se l’iniziativa danese di diffondesse, molti altri testi, compresi Dante e Omero, andrebbero emendati, dando lavoro a schiere di letterati disoccupati. Ora, a prescindere dal fatto che, se fossi letterato, mi chiederei se la collaborazione ad un simile scenario orwelliano varrebbe la pena del lavoro, a me sembra che il problema non sia appena di censura, ma di censura dell’identità.

E, chiamando le cose con il loro nome, di identità cristiana.

Ciò di cui dà notizia Magris è preoccupante, come lo è la situazione dell’Olanda, dove l’assassinio di Theo Van Gogh rischia di essere dimenticato e dove si mandano in esilio coloro che hanno il coraggio di denunciare l’islamizzazione. Sempre per chiamare le cose con il loro nome.

L’illusione del multikulti, la cui applicazione in Olanda ha fatto sì che Rotterdam divenisse, de facto, una città araba e che, nella capitale inglese, si possa parlare ormai apertamente di Londonistan, con i cristiani timorosi e ghettizzati, con le corti islamiche sempre più alle prese con l’applicazione della sharia, parte da un’impostazione sbagliata alla radice. Ovvero che, per dialogare, si debba rinunciare alla propria identità, mentre solo chi è consapevole della propria identità è in grado di valorizzare quelle altrui, dialogando con esse a partire da un’ipotesi.

In Italia non siamo arrivati ancora a questo punto, e mi auguro che mai ci arriveremo. Ma ricordo bene quanto accadeva negli asili della meravigliosa Reggio Emilia, patria del comunismo realizzato in salsa emiliana, dove da molti anni la festa della  Nascita di Nostro Signore Gesù Cristo viene presentata, naturalmente per non offendere nessuno, come la festa di Babbo Gelo. Forse si dovrebbe riproporre l’idea, mi pare avanzata da Giuliano Ferrara qualche tempo fa, di evitare di offendere i seguaci di altri culti, per esempio obbligandoli a lavorare nel giorno di Natale, a Pasqua, per l’Epifania.

L’attenzione è la coscienza quando si risveglia

Derbyshire (UK), summer 2005

Derbyshire (UK), summer 2005

L’attenzione è, in un certo senso, la coscienza stessa quando si risveglia. Per quanto sia diffusa ha sempre un centro, una calamita che la fissa. E quando l’attenzione è, per così dire, sciolta, quando vaga libera in modo spontaneo e quasi impercettibile per il soggetto, allora va in cerca di qualcosa. L’attenzione è avida, famelica si direbbe, come l’essere umano. Quando l’attenzione si risveglia allo stesso modo in cui si risveglia l’uomo, va verso qualcosa; non si risveglia solamente, si risveglia a, verso l’incontro con la realtà e dentro di essa, verso qualche punto o qualche aspetto di essa. Quel che è certo è che l’attenzione si fissa soltanto, riposa dalla sua avida ricerca soltanto quando trova un tema, un motivo.
Gli educatori non devono mai dimenticarlo.

Maria Zambrano, Per l’amore e per la libertà, Marietti 1820

L’attenzione è una ferita

Leaving Storslett, Norway 2009

Leaving Storslett, Norway 2009

L’attenzione è l’apertura dell’essere umano a ciò che lo circonda e, nondimeno, a ciò che trova dentro di sè, verso se stesso. E’ una disposizione e una chiamata alla realtà.
L’attenzione è come una ferita sempre aperta e della ferita possiede la passività, l’essere piaga, impronta del reale, lo stare come una cavità vivente conformata per ricevere la realtà e lasciarla passare oltre se stessa: verso la pienezza della coscienza, che è giudizio e ragione, o verso le profondità della memoria, comprese quelle estreme, abissali conche dell’oblio.

Maria Zambrano Per l’amore e per la libertà, Marietti 1820

Second Life è morta? Bene.

Second life, dalla rete.

Second life, dalla rete.

Il Corriere della Sera on line di oggi pubblica, con un articolo che pare costernato -sin dai tempi della direzione Mieli il Corriere non cessa di vellicare ogni possibile istinto giovanile, non importa dove indirizzato, purchè di moda e di tendenza- la notizia che, almeno in Italia, Second Life, la piattaforma di vita virtuale, dove si vive sotto forma di avatar, starebbe morendo. Oppure Second Life è già defunta, ma solo qua, nei patri confini: altrove è un tripudio, evidentemente, di vite virtuali.

Non sarebbe la prima volta che il nostro Paese appare più indietro rispetto ad altri, ritenuti immancabilmente più evoluti. Ma che gli italiani, nonostante tutto, preferiscano la realtà al virtuale, mi pare una cosa molto, ma molto sana.